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In seguito delle innovazioni apportate all’art. 1742 c.c. dal D. Lgs 10/9/1991, n. 303, così come sostituito dal D. Lgs 15/2/1999 n. 65, il contratto di agenzia deve essere provato per scritto e ciascuna parte ha il diritto, dalla stessa norma qualificato come “irrinunciabile”, di ottenere dall’altra un documento, dalla stessa sottoscritto, riproduttivo del contenuto del contratto e delle clausole aggiuntive.

La forma scritta assolve in tal modo a due funzioni essenziali: la prima è quella di rendere trasparenti i reciproci rapporti ed obblighi dei contraenti; la seconda, invece, inerisce all’onere della prova che, in caso di controversia giudiziale, incombe su colui che chiede il riconoscimento di un proprio diritto.

La formulazione dell’art. 1742 c.c. non lascia dunque alcun margine di incertezza, richiedendo la prova scritta del contratto di agenzia e quindi, conseguentemente, di ogni altro accordo successivo costituente parte integrante del contratto. Questa lettura dell’art. 1742 c.c. è rafforzata dalla previsione dell’art. 2725 c.c. ai sensi del quale “quando secondo la legge o la volontà delle parti, un contratto deve essere provato per iscritto, la prova per testimoni è ammessa soltanto nel caso indicato dal n. 3 dell’articolo precedente” (ovvero il caso in cui il contraente abbia perso senza sua colpa il documento che gli forniva la prova).

Sovente, si verifica che la mandante, convenuta in giudizio per il mancato pagamento di provvigioni dirette e/o indirette, contesti la pretesa formulata nei suoi confronti dall’agente, allegando pretesi accordi verbali intercorsi con lo stesso, in forza dei quali le parti avrebbero rideterminato le pattuizioni (scritte) fissate nel mandato.

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